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Profondissima quiete

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Réquiem aetérnam dona eis, Dómine, et lux perpétua lúceat eis. Requiéscant in pace Per dare un'apparenza di ordine al sedere in file rade e diverse nei banchi della chiesa, il sacerdote dritto al leggio come un maestro d'orchestra fa recitare gli Ave del Rosario alternando i gruppi. Cominciano le voci di sinistra con Ave Maria,piena di grazia, rispondono le voci di destra,  che la penombra vespertina confonde i volti, con Santa Maria, madre di Dio, e così avanti. Nel rosario dei cento requiem, cento volte si deve ripetere la preghiera per i defunti, necessariamente  precipitose e smozzicate in un brusio continuo che all'amen prende fiato escono le parole. In latino. Ma le anziane, disperse tra i banchi non casualmente, ma seguendo precise logiche di alleanze e inimicizie tra vicine e cognate, generalmente superstiti al coniuge, sanno di morti più che di lingue morte, e capiscono il senso. Requiescant in pace Requia materna dona isso domina tu vide che sparpetu...

Funerali e antifascismo

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Se posso permettermi un consiglio su una materia delicata, quando muore un vostro caro, se non è stato un cattolico praticante non lo portate in chiesa, per il funerale (etimo affine a fumo, e un po' c'entra). Quel povero prete dovrà ricorrere a tutto il suo repertorio  per mettere insieme quattro parole di generico ricordo e conforto, leggerà la parola del Signore dal libro di Giobbe: Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero o dal libro della Sapienza: Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro dipartita da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trova...

La lusinga è un venticello: Rossini, Dante e il gorgonzola, come se sapessi

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Tu prendi un'aria rossiniana, e cambia una parola sola. Sostituisci la lusinga alla calunnia e ecco, quello che voglio dire, con etimologia annessa, naturalmente, sta là. Funziona la metrica e l'aria è perfetta, mantiene intatto il suo senso e gli effetti devastanti del venticello che monta in tempesta. Calunnia e lusinga sono speculari:entrambe allusioni possibili, hanno "il colore del vero";  una in foro esterno, l'altra in interno, agiscono sull'animo umano, una come uno schiaffo, l'altra una carezza, ed entrambe ti possono travolgere. A volte poi viaggiano insieme, che si calunnia l'uno per lusingare l'altro, e a volte poi, la lusinga è talmente marchiana* (ci metto l'asterisco e in fondo lo richiamo per l'etimologia che è carina, ma qui non c'entra) che diventa una calunnia. Mi spiego (e poi ti spiego pure perchè mi sto contorcendo su questo paragone) con la più banale delle immagini: hai presenti quel selfie che con tanto di f...

La nonna Cristina e Ugo Foscolo

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Mia nonna faceva la marmelllata con fichi e pere. Chiudeva i vasetti con un tappo di zucchero cristallizzato e un disco di carta oleata prima della capsula a vite. A me quella marmellata faceva propro schifo, c'era la frutta a pezzi e granulosa, pere e fichi del giardino in cui non metteva mai piede. Mangiavo solo il tappo di zucchero, che rompevo col manico di un cucchiaino. Oggi mi piacerebbe, ma non per nostalgia dell'infanzia, solo perchè se da bambina ciucciavo il latte condensato Nestlè dal tubetto, e di quello (e di pochissime altre cose) ero golosa, con gli anni ho imparato ad apprezzare molto di ciò che da piccola mi disgustava, compreso un buon formaggio invecchiato accompagnato dalla composta di frutta. Mia nonna faceva la pasta al forno, e ci rompeva un uovo sopra, e il capretto con le patate, e ci rompeva un uovo sopra. Non mi piacevano né l'una né l'altro, ed andavo a mangiare da mia zia. I capretti erano appesi spellati fuori delle macellerie, e sembrava...

Donne e motori (come se fossero) e qualche risentimento in sinonimo.

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Quando ho cominciato con queste etimologie, facevo tutte belle parole; mi ricordo la leggerezza del levriero, l'allegria, la gentilezza, buone parole, buoni sentimenti e buone intenzioni. Poi, ti sarai accorto, l'aria è cambiata. Non io, io sono sempre zucchero e miele, col progetto di scrivere di affetto e amore, ma intorno, intorno tutti a ringhiare intorno al proprio pezzo d'osso, tutti a sparare sentenze prima che insulti,e speriamo che basti là, che già il Pansa, che speriamo più rincoglionito che esperto, ne teme un colpo di stato, o una guerra civile. E così pure io, che tutta la vita non ho fatto che adeguarmi, esempio di frector et frangor, che la fisica e la vita lo prevedono, non dar retta ai detti, mi adeguo, distillo il mio astio e pur non richiesta ne do diffusione, moderata, limitandosi a quattro i miei lettori,  per contribuire al disagio da umido nelle ossa che quest'aria postpolitica, postideologica, postveritiera (con tutto un post che non significa ...

La mostra d'arte e la fisica, con buona pace dell'uncinetto

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Delle cose di donne devono occuparsi le donne, Mica lo so se sono d'accordo. Non mi sono mai piaciute le gestioni privatistiche, ma ancora meno le cessioni in appalto stile autostrade per l'italia, a tutto vantaggio del concessionario. Sempre che si stabilisca quali siano le cose di donne, parendomi che la questione femminile abbia subito un furbo riposizionamento, perdendo di vista gli aspetti econimici e politici (la Sara di Renzi, che lavora al banco con la spada di Damocle di quella lettera in bianco, chi se la ricorda? C'è Asia che ha preso la scena, è attrice, si sa...), su tematiche ortografiche o genitali, con bello scivolone giù per la discesa ai tempi in  cui "signora o signorina?" era un problema e le mie zie anziane e vergognose mandavano la nipote disinibita a comprare la pomata per il prurito intimo. C'è, mi pare, un prevalente interesse per il corpo, una costante riduzone a una dimensione strettamente individuale sia quando si parla di problemi...

Pellegrini e mistici miopi

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Abbiamo incontrato un sacco di gente a piedi zaino in spalla che andava da Bilbao verso occidente. Da soli, in coppia, mai in gruppo, massimo tre o quattro persone insieme. Palesemente facevano il Cammino. Non lo so di preciso, ma arrivare a Santiago saranno almeno 600 km. Impossibile essere pellegrini etimologicamente: la strada segnata con la conchiglia di San Giacomo passa, in prossimità delle città, attraverso centro commerciali e sotto ciminiere e grandi serbatoi, e anche quando è per agros, per campi, tra i pascoli ondulati delle mucche a testa bassa, corre lungo il margine di buone strade statali. Ma oltre all'etimologia anche di significato non ne ho visto tanto: l'orientale con due iphone con gps satellitare e abbigliamento supertecnico non ha granché in comune col pellegrino con cappa e scarsella. Bastoncini in carbonio da nordic walking hanno sostituito il ramo dritto scelto nel bosco, e magari intagliato a coltellino nelle pause e l'immagine ne soffre.  Misti...

Il lunedì dei barbieri. Sottotitolo: e allora le foibe?

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Mia suocera si chiamava Rosa, era una gran lavoratrice, devota al suo negozio più che alla chiesa dove la portavano le suore, per un martirio etimologico sereno e spontaneo, come dev'essere. Martire in greco significa testimone, ed ella era testimonianza materiale del miracolo economico, quando con intelligenza impegno e dedizione potevi costruire qualcosa, far studiare i figli e vedere i frutti del tuo lavoro. Che dello studio è un'altra storia. Frutti che si vedevano, non godevano, che c'era da lavorare, senza orario. Era bravissima a vendere, qualunque cosa, dal bottone alla pelliccia, e facile che entravi da lei per un bottone e uscivi con la pelliccia, dopo un'ora di chiacchiere e un caffè. Disponibile, instancabile. Ma c'era una cosa che detestava, del suo lavoro. Era quando la chiamavano a scendere in negozio la domenica mattina. Non se si trattava di vestire un morto, quello no, è dovere e rispetto. Ma per qualunque altra cosa, foss'anche fonte di b...

rouge parfaite

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Mi stanno veramente nel cuore le redattrici delle pagine beauty delle riviste femminili. Vi rendete conto di che prova possa essere inventarsi tutte le settimane qualcosa da dire su un rossetto? L'inserzionista preme, ci vuole l'articolo, e che sia originale, stimolante, esaltante per le nuove tonalità e le nuove consistenze. E' solo un rossetto, un bastoncino ceroso più o meno rosso, che si passa sulle labbra, che vuoi dire di nuovo? Sono esercizi stilistici di grande virtuosismo, che Queneau e Eco si leverebbero il cappello (il secondo lo indossava per certo, il primo non so, forse un basco alla francese; ci si leva il basco quando si omaggia una signora?) Si passa da un registro ricco di tecnicismi iperspecialistici (contouring, strobing, per dire. Non sai che sono? Non importa, tanto sono da archiviare, la modernità si chiama all-over-matt) a suggestioni da avanguardia artistica: " ... colori piatti e immobili (ma pieni), come quelli basici della polaroid...

Le galline felici e le oche giulive.

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Etimologia traditrice! Non mi aspettavo questo da te! Ma, se stiamo all'etimologia, la gallina più felice è quella più feconda (ne ho parlato altrove, della radice fel e del succhiare, che mi pare tra l'altro azione meccanicamente impossibile per una gallina, ma lasciamo stare che potremmo aprire il tema dell'alimentazione degli animali d'allevamento - le farine di carne date agli erbivori, ad esempio, ma è tutta un'altra storia). La gallina più felice sarebbe etimologicamente la più feconda, quella che fa più uova, allevata in batteria con le luci sempre accese e il becco tagliato. Per comodità, questa gallina feconda ma di certo non felice, isterica, spennacchiata dall'altrui e propria aggressività, costretta, martoriata, per comodità la chiameremo la gallina di TINA. Tina non è la mia vicina della campagna, quella è Rita, anche lei aveva galline dalla incerta condizione esistenziale, libere ma pidocchiose, e aveva tacchini minacciosi, con lunghi bargigli ro...